Senza sangue
Film
Q&A CON LA REGISTA
Perché ha voluto realizzare SENZA SANGUE?
È tratto dal romanzo dello scrittore italiano Alessandro Baricco, che ho letto per la prima volta circa otto anni fa, in un momento molto particolare della mia vita.
Quel libro mi ha trascinata in un viaggio interiore—lo stesso che spero di far vivere al pubblico attraverso il film.
Mentre lo leggevo, mi sono trovata a fare delle supposizioni su come si sarebbe sviluppata la storia, come spesso accade quando ci affidiamo ai meccanismi narrativi a cui siamo abituati. Alla fineil libro mi ha sorpreso, mi ha insegnato qualcosa. Quando l’ho finito, ho sentito che raccontava una verità profonda. Era autentico. Mi ha parlato di ciò che ho visto nelle persone che hanno vissuto esperienze di conflitto, e anche di ciò che, in modo molto più lieve, ho vissuto io stessa in relazione al trauma. Per questo è diventato un libro importante per me.
Ha incontrato anche Alessandro Baricco, vero?
Sì, l’ho incontrato. È venuto anche sul set durante le riprese, ma ci eravamo conosciuti già prima, mentre stavo lavorando all’adattamento. Sono stata molto fedele al suo libro. Non sento nemmeno di averlo scritto io, in un certo senso.
Ricordo che Alessandro mi disse: “I miei libri non si traducono facilmente, e potresti sentire la pressione di dover definire un Paese, un conflitto, magari persino un finale.” Ma devo dare merito ai miei produttori: non mi hanno chiesto nulla di tutto questo.
So che questa scelta può rendere il film difficile da guardare, ma la verità è che vivere certe esperienze è infinitamente più difficile. È difficile convivere con l’assenza di risposte. È difficile accettare che non ci sia una fine per certi orrori, certi dolori che ti cambiano la vita per sempre.
Credo che, alla fine, il film prenda sul serio gli effetti di questi conflitti, soprattutto sui bambini. Le conseguenze sono durature, si riflettono sulla persona, sulla società. Non è solo la bomba che esplode: è tutto ciò che colpisce—il corpo, la mente, lo spirito, e anche il tessuto sociale, il paese stesso.
Perché ha scelto Salma Hayek per interpretare Nina da adulta?
Non ci conoscevamo bene finché non abbiamo lavorato insieme ad un film molto diverso, Eternals. In quell’occasione ho avuto modo di conoscerla un po’, e ho scoperto una persona calda, riflessiva. È una donna che pensa profondamente, che sente profondamente.
Volevo conoscerla ancora di più, in modo più autentico, e credo che in Senza Sangue emerga forse la vera Salma, quella che io ho conosciuto, più di quanto non accada in altri suoi ruoli che ha interpretato.
È stata molto aperta e molto coraggiosa nella sua interpretazione. Non ha recitato un personaggio, è stata semplicemente presente, come una donna che si concede il tempo di riflettere sul significato della perdita e del dolore.
E perché ha scelto Demián Bichir per interpretare Tito da adulto?
Demián ha affrontato questo ruolo con un impegno totale, e conosceva già l’opera di Alessandro Baricco.
Oggi ci sono molti modi in cui un attore può “nascondersi”: tanti tagli, tanta azione, situazioni divertenti. Ma in questo film ho chiesto qualcosa di diverso: ho chiesto agli attori di restare lì, fermi, aperti. E da regista ho detto loro: “Vi darò lo spazio per fare il vostro lavoro, ma dovrete essere pienamente presenti, perché noterò ogni cosa che penserete. E io non me ne andrò.”
Come attrice, io stessa lo vedrei come un’occasione per mettermi a nudo. Ma è anche una sfida: non puoi permetterti di vacillare.
Con Demián ne avevamo parlato. Lui e Salma sono arrivati con domande profonde, avevano studiato, fatto ricerche, con una voglia autentica di entrare nella materia viva del film.
Tutto il cast è stato incredibilmente dedito, serio, rispettoso del proprio mestiere. Lavorare in quell’ambiente è stato davvero stimolante.
Gran parte del dramma in Senza Sangue si svolge come un dialogo tra questi due attori, seduti a un tavolo. Come ha diretto quella scena?
Abbiamo girato la scena del tavolo in ordine cronologico, ed è stato molto interessante. Ci abbiamo messo circa dieci giorni—non è tanto, ma è stato un lavoro molto intenso.
Salma e Demián sembravano due pugili che ogni giorno entravano sul ring. Si conoscevano da tempo, ma non in questo modo. Nonostante fossero amici, durante le riprese non hanno socializzato fino all’ultimo giorno, quando tutto era finito. Solo allora li ho visti ridere insieme, parlare. Ma fino a quel momento, sono rimasti ciascuno nel proprio angolo. E si sono incontrati solo lì, al tavolo.
Non abbiamo pianificato nessuna reazione. E non ce n’era bisogno. Un bravo attore non deve sapere in anticipo cosa succederà. Deve ascoltare davvero la persona che ha davanti e lasciarsi colpire da ciò che accade.
Ed è proprio quello che è successo. Alcune cose che si vedono nel film accadono davvero, in tempo reale. Il pubblico le vive nello stesso momento in cui loro le vivono davanti alla macchina da presa.
Come si è svolta l’ultima scena al tavolo?
Ricordo la mattina in cui abbiamo girato l’ultima scena al caffè. Salma era arrabbiata. Si era svegliata con la sensazione che Nina non avesse mai ricevuto delle vere scuse. E questa cosa mi ha fatto pensare a tutte le persone che conosco. Tutti noi, nella nostra vita, abbiamo qualcuno che ci ha ferito profondamente e che non ci ha mai chiesto davvero scusa. Mai, davvero.
Non gliel’ho detto apertamente, ma abbiamo parlato dell’importanza di essere aperte, sincere, come donne.
E nella scena, lei è completamente presente, aperta nei confronti di Tito. Smette di cercare risposte, di punirlo o metterlo in discussione. Gli dice qualcosa che conferma il loro legame, la loro storia. Gli fa capire che lui ha contato per lei.
Ed è lì che lui si spezza. Non riesce a smettere di piangere.
E poi è successa una cosa che non avevamo previsto: Demián ha improvvisato. Ha detto semplicemente: “Mi dispiace.”
Non gliel’avevo chiesto. Non sapeva nemmeno cosa stava pensando Salma quella mattina.
Siamo usciti tutti da quella scena con la sensazione che, in qualche modo, avevamo imparato qualcosa. Sulle relazioni. Sulla verità. Sul perdono.
Considera Senza Sangue parte del genere western?
Mi ha fatto sorridere quando ho sentito che qualcuno lo definiva un western. Non avevo realizzato di aver girato un western.
Ma in fondo, sì, in qualche modo ce l’avevo in mente.
Quando racconto storie di guerra, morte o conflitto, cerco sempre di non edulcorare nulla. Non voglio essere cruenta, ma voglio essere onesta. Perché se non mostriamo con precisione cos’è davvero la morte, facciamo un torto alla realtà.
Detto questo, credo anche che quando racconti storie difficili, non devi punire lo spettatore. C’è un motivo se il tavolo dove si svolge il dialogo si scalda sempre di più. Era tutto voluto: man mano che il dolore cresce, cala la notte, si accendono le candele. Se fosse stato un tavolo freddo, di metallo, sotto una luce bianca, sarebbe stato insostenibile per il pubblico. Invece serviva quella sensazione da “conversazione al lume del fuoco”.
E poi c’è anche qualcosa di profondamente western nei paesaggi: i cavalli, la vastità del cielo, la polvere, la terra.